Quanti angeli danzano sulla capocchia di uno spillo? È una domanda oziosa. A volte sono proprio le questioni di lana caprina a rivelare i bug del sistema. Sono loro a far emergere un paesaggio capace di provocare, come per incanto, un perturbante senso di disagio nell’osservatore. In questo mondo sia familiare che insolito, sono i dettagli incongruenti ad apparire per primi alla vista. Sono questi ultimi a provocare la sensazione vivissima che nella disposizione delle cose vi sia qualcosa di tremendamente inquietante.
Ho provato questa sensazione dopo aver assistito a Il sesso degli angeli, coreografia di Roberto Castello interpretata da Erica Bravini e Ilenia Romano. Prima di proseguire nel racconto è necessaria una premessa. L’opera non è stata vista in un teatro o in un festival, all’interno di una normale programmazione, ma su invito a porte chiuse a SPAM! lo spazio di lavoro e creazione di Roberto Castello a Porcari, nel comune di Capannori, in provincia di Lucca. Una sorta di prova aperta destinata a un piccolo gruppo di critici invitati per l’occasione. Ecco la prima anomalia: il lavoro non ha visibilità e dopo appena otto date in due anni (Il sesso degli angeli ha debuttato nel 2025) poteva essere visto solo a queste condizioni.
Lasciamola per il momento sullo sfondo e torniamo allo spettacolo.
Tutto comincia con una cellula ritmica musicale, una percussione in quattro quarti ossessiva e incalzante come lo scorrere dei secondi in una vecchia e rumorosa pendola. Il movimento si incasella in questo battere e levare incessante. Eventi minimi come marciare, trascinare i piedi muovendo il fondoschiena come anatre a passeggio, mangiare una pagnotella. Oppure eventi complessi, compositi come una strana danza geometrica di sapore Bauhaus se non fosse frutto di improvvisazione o accostamenti mimici di opposte sensazioni (disperazione/gioia p.e.). Tutto si incasella naturalmente nel flusso senza soluzione di continuità.
Una partitura densissima che costringe le due magnifiche danzatrici in una morsa da cui abilmente si divincolano trovando la propria personalissima way of life. Struttura da cui emerge libertà. Ed ecco forse la questione che i corpi danzanti sollevano e che potremmo riassumere cageanamente in una semplice frase: non c’è niente da dire e questa è tutta la poesia che serve. Sì, perché ciò che l’occhio vede non ha nulla di narrativo in sé, è l’osservatore a riconoscere dei disegni narrativi secondo la propria disposizione emotiva o culturale.
Il sesso degli angeli è uno splendido e rigorosissimo vaso vuoto in cui i due corpi sono semplicemente lì davanti a noi, si muovono con grazia o voluta goffaggine, saltellano o stanno fermi, ma è la loro presenza libera in una griglia compositiva a maglie strettissime a essere liberatoria e vivificante per lo spettatore. Il corpo presente senza discorsi, comizi o proclami. Dirompente, come la rosa di Silesius, solo per il fatto di esistere.
Ed ecco la seconda anomalia: perché un lavoro di tale forza espressiva e rigore drammaturgico, coreografico e compositivo non viene inserito nelle programmazioni di danza (ma potrebbe essere anche teatro in perfetto stile Castello)? Perché un lavoro capace di smuovere così tanto pensiero con mezzi così semplici e meravigliosi e privi di orpelli come due corpi in movimento in uno spazio nudo, non incontra il gusto degli operatori? Eppure Roberto Castello è un nome nel nostro panorama, Aldes, la sua casa produttiva, non è sconosciuta al sistema (il prossimo spettacolo Bambù debutterà il prossimo 8 ottobre a RomaEuropa Festival), le interpreti sono efficaci sia a livello espressivo che tecnico. Insomma Il sesso degli angeli non è una coreografia di terz’ordine, eppure resta quasi invisibile. Perché?
Se non fosse stato per la strenua lotta a difesa del proprio lavoro di Roberto Castello che mi ha portato a Porcari con alcuni colleghi, in questa occasione informale e bellissima, io non avrei mai visto questo lavoro. Ed è bene ricordare che non tutti hanno la possibilità di creare occasioni del genere come Roberto Castello.
Queste sono domande la cui risposta non è determinabile con chiarezza. Siamo entrati nella nebbia del grande e insondabile mistero della distribuzione della danza in Italia. In poche settimane è la seconda volta che mi imbatto in un lavoro degno dell’attenzione del pubblico, ma inspiegabilmente sottovalutato dagli operatori. E se nel primo caso si trattava di una compagnia di provincia come Cabiria Teatro che fatica a emergere, ora si tratta di uno dei coreografi tra i più noti nel nostro paese.
E se fosse che il sistema distributivo italiano ha serie difficoltà a riconoscere ciò che non si lascia classificare facilmente? E se il problema fosse che non siamo più capaci di vedere oltre la consuetudine e l’abitudine? Forse dovremmo trovare la nostra libertà all’interno di una griglia costrittiva come le due danzatrici, andare al di là dei paletti e delle consuetudini, sforzarci di cambiare o modificare i percorsi. Questo magari prima di diventare incapaci di riconoscere l’elefante nella stanza.